Kikuyū 菊夕 [crisantemo della sera]

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Kikuyū by Michael Chandler.

Tra pochi giorni, una nuova geiko (geisha) percorrerà le vie di Kyoto: la dolce Kikuyū ha infatti iniziato ad acconciarsi, da oggi, i capelli nello stile Sakko. Questa pettinatura è concessa alle maiko di grado superiore nei giorni precedenti alla cerimonia dell’erikae che ne sancisce il riconoscimento ufficiale come geisha.

A caccia di autografi, nel kariūkai! (^_^)

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Quando arriva dicembre in Giappone si preparano i mochi e, spesso, si decorano gli alberi con questi come se fossero dei bianchi fiori. Dunque anche le maiko ritengono di buon auspicio indossare dei kanzashi che esibiscano simbolici mochibana (letteralmente fiori di mochi).

L’ornamento del mese contiene anche due piccole etichette di carta bianca che simboleggiano lignei maneki: le insegne che vengono affisse all’entrata del teatro Minamiza, a dicembre, per mostrare i nomi degli attori di kabuki che si stanno esibendo all’interno.

Quale ulteriore elemento possono utilizzare anche foglie di bambù e altri portafortuna come un dado, un maneki neko (letteralmente gatto che ti chiama), un bersaglio e una freccia.

Durante la prima settimana di dicembre, le geiko (geisha nell’antico dialetto di Kyoto) e le maiko dei cinque hanamachi si recano presso il teatro Minamiza (in Gion) e assistono ad una speciale rappresentazione di kabuki, nota come Kaomise Souken (  顔見世総見、): si può tradurre, più o meno, come apparizione ad una performance o mostrare il volto. Ogni distretto partecipa in un giorno diverso.

Le geisha e le apprendiste siedono tutte insieme nel Sajiki, così gli spettatori possono ammirare anche loro oltre lo spettacolo. La vista, nell’insieme, è meravigliosa.

I migliori attori di kabuki si esibiscono al Minamiza per 26 giorni, nel mese di dicembre: la tradizione della Kaomise e dei lignei maneki ha più di trecento anni.

Le maiko, in questa occasione, chiedono ai due artisti preferiti di autografare i loro maneki.

O almeno così dovrebbe essere: in realtà se osservate le loro teste noterete che spesso le maiko di una stessa okiya hanno tutte le stesse due firme, tra i capelli (come se ci fosse una disposizione ben precisa a priori).

Il 2 dicembre Onihide ha incrociato le artiste di Gion Kobu!

La geisha Kotoha mostra il suo biglietto. Che tristezza sapere che sta per lasciare Gion: ha deciso di abbandonare la carriera per potersi sposare con il proprio compagno.

Konomi

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Konomi_erikae_28 10 2009

Konomi by Michael Chandler.

Oggi, Konomi del distretto di Gion Kobu festeggia il suo erikae (cambio del collare) ossia il suo debutto come geiko (geisha nell’antico dialetto di Kyoto).

Per prima cosa, visiterà le o-chaya (le case del tè) ed i suoi insegnanti, per presentarsi ufficialmente come geisha e offrire i propri servizi.

L’iniziazione inesplorata di una geisha

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Il Riformista, oggi a pagina 20.

“L’iniziazione inesplorata di una geisha” di Anna Mazzone

DIARIO. Spesso l’Occidente le vede come mere “intrattenitrici”. Ma dietro la formazione di una musa moderna c’è molto di più. Miriam Bendìa racconta gli sforzi, le paure e la passione di una Maiko per aggiungere l’arte.

Avete mai sfiorato lo sguardo di una geisha? Le avete mai viste correre su per le scale del tempio, sorridenti mentre il vento dolce di Kyoto prova a scompigliargli l’acconciatura austera? Le avete mai osservate coprirsi le labbra intense e abbassare gli occhi dopo una battuta mentre sorseggiano del thè verde? Le geisha sono un mistero. Lo resteranno ancora. È questo il loro incantesimo perpetuo. Non si riesce mai a toccarle fino in fondo, a conoscere l’abisso profondo che si cela dietro il loro sorriso. Per questa ragione continuano a farci sognare e a stregarci. Quando una geisha ti cammina davanti per strada con il suo passo delicato e veloce, il tempo si ferma e si resta impietriti a fissare l’incanto in movimento. Anche se è già scomparsa dalla nostra visuale, se ha voltato l’angolo ed è in un altro dove. Le geisha lasciano una scia che non si può etichettare, ma è certo che stordisce, anche se solo per un breve istante. È difficile parlare di geisha. Sono sfuggenti, come sabbia che scivola in silenzio tra le dita. Eppure, il nuovo libro di Miriam Bendìa, Diario di una Maiko della Casedei Libri riesce ad avvicinarsi molto a quel tesoro inesplorato che è la quotidianità di una geisha.

Diario di una Maiko è un’incantevole e poetica galleria dedicata a quelle muse della femminilità e dell’arte rappresentate da tutte le donne giapponesi che decidono di diventare geisha. Culturalmente, noi occidentali siamo abituati a scelte diverse, che comportano il più delle volte l’oscuramento del proprio corpo, la negazione di qualsiasi appiglio erotico e sensuale e non già la sua piena esaltazione, il suo trionfo artistico. Le geisha sono esattamente il contrario. In giapponese il loro nome è composto da due kanji: gei, che significa arte e sha, che significa persona. Le geisha, dunque, incarnano l’arte con la loro vita e all’arte sono fedeli e sempre devote. Sono danzatrici, musiciste, attrici. Le geishe compongono haiku, le brevi poesie nipponiche, e sanno affrontare discussioni letterarie e filosofiche, ma anche economiche e politiche. Tutto nella loro bocca e tra le loro dita diventa arte.

Il romanzo della Bendìa è una galleria fotografica sulle geishe.

Delicato, poetico, dinamico. I magnifici ritratti firmati da Michael Chandler scandiscono il ritmo diaristico del libro che non ha una natura documentaristica, ma piuttosto squaderna sapientemente (e dolcemente) le aspirazioni della giovane Sotori, che a quindici anni decide di seguire la sua strada per diventare una geisha. E come tutte le adolescenti del mondo Sotori ha un diario, che segna i piccoli momenti importanti della sua vita. Con orgoglio e fierezza descrive la gioia di essere stata accettata come Maiko in una okiya di Kyoto, ossia una delle tante geisha house dove un piccolo esercito di donne inizia le giovani Maiko all’arte del levigare i propri corpi, per farne opere di assoluta bellezza che possano facilmente accendere il desiderio degli uomini. La nuova Maiko impara a vestirsi, a truccarsi, a pettinarsi secondo una logica ferrea. La vita nell’okiya non è affatto semplice.
Bisogna studiare tanto e imparare in fretta. Quando si entra in una okiya si taglia il cordone ombelicale con l’esterno, con gli affetti, con la famiglia, e si entra a far parte di una sorta di mondo parallelo, fatto di obbedienza e di duro lavoro. Diventare opera d’arte è un’attività complessa, che richiede sforzo e passione. Sfogliando Diario di una Maiko ci si rende conto di quanto cuore ci sia dietro il diventare quello che noi occidentali – assai volgarmente – definiamo spesso come delle mere “intrattenitrici”.